Se credi che il carboidrato faccia male cancella il mio numero

Una piatto di carbonara fumante

Ho un problema, anzi due problemi: il primo è che terrorizzo alcuni uomini che vogliono portarmi a cena fuori, il secondo è che spesso sono loro a terrorizzare me.

Ormai è un classico che si ripete: scatta la telefonata, lui mi chiede di andare a cena fuori, poi inizia a balbettare, mostrando chiaramente il suo imbarazzo prima di farmi la famosa e temutissima domanda. “Dove andiamo a cena? Che ne dici se scegli tu visto che sei l’esperta?”. Ecco, a questa domanda mi si ammoscia ogni libido. Tesoro, come posso essere io a decidere? Io che alla fine sono donna di altri tempi, di quelle che ancora si commuovono se l’uomo apre la portiera della macchina. Come posso scegliere io dove andare a cena e quindi anche quanto farti spendere? Perché per l’imbarazzo, e per il non voler apparire pretenziosa, al massimo ti proporrò qualche buona osteria, alla mano, dove la cosa più romantica che c’è sono i prosciutti appesi al soffitto a mo’ di vischio natalizio, e la testa di un cinghiale che ci guarda sorridendo.

Alla fine riesco a convincerli a farsi coraggio, e decidere loro dove andare, rassicurandoli che qualsiasi cosa sceglieranno andrà più che bene. Ed in generale è così, perché alla fine questi uomini ci sanno fare più di quanto credono.
Finalmente siamo al ristorante, ed adesso arriva la parte migliore.

I miei cavalieri li potrei suddividere in due categorie: mi mangio anche il tavolo e te, naturalmente, e quelli che il carboidrato la sera fa male, frase grazie alla quale entro, all’istante, in menopausa. Ecco, con la prima razza ci vado d’amore e d’accordo: iniziamo ad ordinare qualsiasi cosa e diamo il via ad un godurioso cenone in stile ultimo dell’anno, finendo uno nel piatto dell’altro… Con le forchette, intendo.

Con la seconda categoria mi si gela il sangue. Essendo appunto una donna di altri tempi, se lui ordine un’insalatina ed un petto di pollo con cipolloti in agrodolce, come faccio io a dire al cameriere che desidero una carbonara e magari a seguire un bell’abbacchio? Ed ecco quindi che mi adeguo, scelgo cose light (solo la parola mi fa venire l’orticaria) ed eccitanti quanto la mela cotta dell’ospedale, e mi lascio sopraffare da un senso di morte dei sensi.

Anche per ciò che riguarda il vino suddivido i miei dolci accompagnatori in due categorie: quello che, che ne dici se iniziamo con una bottiglia di bianco e continuiamo con il rosso, attento anche alla scelta dell’etichetta giusta, e quello che chiede cosa hanno al calice, non per fare abbinamenti su ogni piatto, ma per sorseggiare un solo, triste, meschino, depressogeno, bicchiere, in cui lascerà magari, a fine cena, anche un sorso di vino. Anche in quest’ultimo caso mi adeguo, ma dopo un po’, persa la pazienza, e la speranza di un domani insieme, comincio a chiedere un calice ogni quindici minuti, esaurendo il cameriere ed abbruttendo me stessa, alla ricerca di un oblio profondo e riparatore.

Se la seconda categoria, quella del petto di pollo, combacia con la seconda categoria, quello che calice di vino, ho sempre amiche pronte, dopo avviso su WhatsApp, per telefonata SOS, a seguito della quale dovrò correre via per un imprevisto davvero imprevedibile.

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